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BIBL. NAZ.
Vitt. Emanuele III

RACCOLTA

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LA VERITA
SUL FATTO

S.

II ASPI INTI
PER UN TESTIMONIO OCULARE.

MILANO
Presso GIUSEPPE SC0RZA di NICOLA editore
Via del Pontaccio N. 13

1 862.

fili (o

-e
-

-.

La propriet e la traduzione sono riservate all'Editore,

Milano, tip. gi Boniotti diretta da F. Gareffi


Corso di Porta Ticinese N. 15.

Avendo avuto la fortuna di dare per alcuni

giorni ospitalit ad un giovane luogotenente


ungherese, proscritto in seguito alla battaglia
di Aspromonte, egli mi ha lasciato nel partire
il seguente scritto che, comunicato a Garibaldi,
fu riconosciuto esatto in ogni punto.
Napoli, 24 ottobre 1862.

AL. DUMAS.

r-

s-s

Il 4 luglio 1862, un amico mi disse:

Parti per Caprera, la tua presenza pu es


servi utile.

Io non esitai ; facevo parte della legione un


gherese, domandai un congedo al colonnello
ShaSz.

Il congedo mi fu accordato dal 6 luglio all'a


gosto: quindi per 26 giorni.
M'imbarcai lo stesso giorno a Napoli sopra un
bastimento della linea di Genova, il quale - cosa
bizzarra che mi parve di buon augurio - chiama
vasi il Generale Garibaldi.

Il 7 a mezzogiorno giunsi a Genova; vi rimasi


un giorno e la domane, 8, partii sulla Stella d'I
talia.

Sette ore dopo si sbarcava a Caprera: ivi trovai


il colonnello Nullo, Cairoli, Corte, Frigyesi ed una
dozzina di altri ufficiali; dimoravano tutti nella

casa di Garibaldi ; due vecchi servitori, uomo e

donna , facevano gli onori della casa.


Il 14 luglio ci giunse ordine d'imbarcarci: la
Stella d'Italia era posta di nuovo a nostra di
sposizione.

Chi faceva le spese del trasporto? non lo so ;


l' ordine era di ricevere il denaro da quelli che

ne avevano, ma di condurre gratis quelli che non


ne a VeVan0.

S'impiegarono due giorni e due notti nella


traversata da Caprera a Palermo. Quivi giungemmo

il 17 a sei ore del mattino; sbarcammo senza


che ci si chiedessero i passaporti; le nostre ar
mi non furono visitate; avevamo con noi una cas
sa di revolvers, sistema Lefaucheux, colle loro
cartuccie, e la sella messicana dalle staffe d'ar

gento, colla quale il generale fece la campagna


del 1860.

Il generale alloggiava al palazzo, nella stanza


quadrata posta al disopra della porta, ch' egli
stesso erasi scelta nel 1860 e nella quale un de
creto della municipalit aveva deciso che nulla
venisse mai cambiato.

Egli ci ricevette quello stesso giorno a mez


zodi.

Garibaldi accolse i volontarii con alcune pa

role insignificanti; s'intrattenne con Nullo, Cai


roli, e senza dirci una sola parola della causa
che l ci conduceva, ci conged.
Io mi recai ad alloggiare in una casa privata

--

a Toledo, vicino ai Quattro Cantoni, in una stanza


ammobigliata; pranzavo da un albergatore pie
mOnteSe.

Il 23 luglio soltanto, sapendo di che si trat


tava, partii con una lettera di Garibaldi per ve
nire a Nocera a cercar volontarii fra i miei com

pagni.
Il 26 io ero a Nocera.

Il 1. agosto, senza far rinnovare il mio congedo,


partii da Nocera per Palermo, conducendo meco
cento volontari.

Facemmo la strada sul vapore postale il Sor


rento, pagando per ciascun uomo, ai secondi po
sti, una piastra.
Come si vede non era caro.

Il 2 agosto a mezzod si era di ritorno a Pa


lermo; fu questa la sola mia assenza: d'allora in
poi non lasciai pi Garibaldi.
Garibaldi era partito sino dalla Sera innanzi,
a nove ore, dal suo campo del tiro nazionale, alla
volta della Ficuzza.

Prese informazioni dal conte Federigo, uno dei


capi del Comitato Nazionale, noleggiammo vetture
e partimmo per la Ficuzza.
a notarsi un fatto: lungo la via della Ficuzza,
a quindici miglia da Palermo, a sinistra di questa
via, sopra una piccola collina era accampato un
battaglione di truppa di linea, che, malgrado le
camicie rosse e le armi portate visibilmente e da
quelli che viaggiavano in vettura e da quelli che

10

viaggiavano a piedi, non ci mosse alcuna do


manda.

Partiti la sera a mezzanotte, giungemmo la do


mane a mezzogiorno.
Trovammo Garibaldi a capo di 1200 volontari
gi riuniti.
Garibaldi, riconoscendo i suoi fedeli ungheresi,
diresse loro queste parole:
-

un buon augurio per me che voi siate


venuti i primi: il giorno della vostra patria fi
nalmente giunto.
Egli s'inform dei bisogni della nostra truppa;
-

Garibaldi non aveva danaro; sino a Catania, a

parte i viveri presi lungo la via, noi non rice


vemmo alcuna paga; tutto, tranne i viveri, si fa
ceva a nostre spese.
Rimanemmo alla Ficuzza solo una notte. Non si

aveva assolutamente che del pane e un po' di


vino; tutto il rimanente mancava, persino l'a
C(Iua.

V'era una sola fontana; il primo giorno essa


diede acqua; ma inaridi durante la notte.
Il 4 agosto, Garibaldi parti alle 9 del mattino
con Menotti e con tutto il suo stato maggiore,
del quale faceva parte fra Pantaleo.
Il battaglion Menotti e la colonna Corrao lo
seguivano ; egli prese la direzione di Mezzo
chiuso.
Io non lo rividi che a Santa Caterina.

Noi partimmo in quello stesso giorno a mez

-- --- --- --

- -

- - -

-- - - -

-------

11

zod colla colonna Bentivegna. Gli Ungheresi era


no montati sopra muli e cavalli; i fanti cammi
navano a piedi; una gran parte non era armata.
Tutti erano allegri e pieni di speranza. Si can
tava l'inno di Garibaldi, la canzone dei bersa

glieri, e tutte le canzoni nazionali della Sicilia.


Si giunse lo stesso giorno a Corleone, a 4 ore
pomeridiane.
Il viaggio era durato 4 ore soltanto, poich,
avendo preso la via della montagna, lo si era
raccorciato di quasi dieci miglia.
A Corleone fummo accolti con entusiasmo. Gli
abitanti ci vennero incontro con bandiere e colla

musica della guardia nazionale che cantava l'in


no di Garibaldi.

A Corleone ci furono distribuite scarpe e ca


micie rosse. Una sentinella della truppa regolare
mont la guardia alla porta dello stato maggiore;
dopo tali segni di simpatia, noi dovevamo cre
dere che Garibaldi procedesse coll'assenso del
governo.

Tuttavia, quanto a me, personalmente, avendo


letto la sera della mia partenza due affissi, l'uno
recante un decreto del prefetto Cugia, l'altro un
proclama del governo alla popolazione siciliana,
ambedue disapprovanti la spedizione di Garibal
di e vietanti gli arruolamenti, io avevo perduto
quella fiducia che animava quasi tutti i miei
Compagni; e gi alla Ficuzza avevo parlato loro
francamente.

--

- ---

12

Ogni Ungherese, mi ero dimenticato di dirlo,

aveva grado di luogotenente addetto allo stato


maggiore della colonna Bentivegna.
A Corleone, 50 volontari circa, alcuni dei quali
armati, si riunirono a noi; fra essi era un offi
ciale, cittadino di Corleone, di nome Paternostro.

Le scarpe che ci erano state distribuite, erano


state comperate a Corleone. Si era fatta di esse
una razzia presso tutti i calzolaj del luogo, con
buoni pagabili dal sindaco.
Passammo la notte a Corleone, accampati in due
conventi. La mattina a tre ore si part. Era notte
oscura; ogni battaglione portava una lanterna in
testa; la strada era deserta, essendo di quelle
praticate soltanto dalle persone del paese.
A Corleone avevamo gi ricevuta la notizia che
s'avvicinavano truppe dell'esercito regio. Discor
rendo per via di questa notizia - che ciascuno
commentava a seconda de' suoi dubj e delle sue
speranze - si giunse a sei ore del mattino a
Chiuso.

Trovammo la maggior simpatia fra la popola

zione di questa piccola citt di 10 mila abitanti


in circa ; quivi facemmo sosta.
Si parti alquanto dopo mezzanotte - recando
sempre ogni battaglione la sua lanterna - per Pa
lazzo d'Atriano, villaggio albanese, in cui pi
di met della popolazione greca. La stessa mat
tina era ivi giunta una compagnia della truppa
regolare.

s s
-

- -

--- -

13

Essa alloggiava in un convento in fondo al vil


laggio.
Questa compagnia ci fece accoglienze da ca
merata.

Domandai ad un soldato se sapesse a quale


scopo la sua compagnia fosse stata mandata a Pa
lazzo d'Atriano; rispose di non saperlo; gli offi
ciali dal loro canto discorrevano amichevolmente
con noi.

Noi prendemmo alloggio nelle case.


Ad un'ora e mezza del mattino, ci riponemmo
in via, accresciuti di una quindicina di volontari,
per alla volta di Santo Stefano. Nessuna precau
zione erasi presa; noi marciavamo senza avan
guardia n retroguardia, e senza esploratori sui
nostri fianchi; molti volontari stanchi si corica
vano lungo la via; i meno stanchi continuavano la
strada appoggiati sulle bacchette di ferro dei
loro fucili come sopra bastoni.
Met della piccola truppa rimase in addietro;
l'altra giunse a Santo Stefano a undici ore del
mattino.

La popolazione ci accolse non solo


ma cupa e trista; ci che formava
contrasto coll' accoglienza avuta dalle
per mezzo alle quali eravamo fin

senza gioia,
un grande
popolazioni
allora pas

sati.

Si lasciarono in libert gli uomini, per il pa


sto e per il sonno; tutti avevano i loro quartieri,
eccetto una parte del battaglione Frigyesi e tutto

---

14

il battaglione Cairoli che si acquartierarono in


una chiesa situata nel centro del villaggio.
Verso le 4 e mezza la truppa regolare era ve

nuta ed aveva occupato l'estremit del villaggio,


ponendo sentinelle d'avamposti; era il primo
movimento ostile che vedevamo.

Verso le cinque meno un quarto, tre o quat


tro carabinieri, penetrarono nel villaggio. Pareva
non avessero altra intenzione che quella di pas
seggiare.
Riconoscendo nel villaggio un disertore, del
quale si erano loro dati i contrassegni, essi vol
lero arrestarlo; il disertore chiam al soccorso.

I volontari accorsero e ridomandarono il loro


compagno con energia; i carabinieri si ricusa

rono, mostrarono anzi di volerlo condur seco; i


volontari insistettero; uno dei carabinieri fece
fuoco sovr essi col suo revolver e fer un volon
tario nel braccio.

I volontari si ritirarono strappando il diser


tore di mano ai carabinieri.

Ma tutti i volontari che erano ne' loro quar


tieri, udito il colpo di fuoco e il rumore che
l' aveva seguito, si lanciarono nella via colle loro
armi.

Dal loro lato una quindicina d'uomini della


truppa regolare, di guardia agli avamposti, si avan
zarOno e disarmarono un centinaio di volontari.
Quelli che non si erano lasciati disarmare co

minciarono il fuoco sopra la truppa; il rimanente

---

15

della truppa regolare venne a tamburo battente


in soccorso ai soldati impegnati nella lotta. Un
luogotenente dei volontari, di nome Tronconi, pose
il suo fazzoletto bianco ad una canna e si avanz

verso la truppa come parlamentario; la truppa


fece fuoco su di lui e una palla lo colp nella
mano con cui portava la bandiera; egli prese
questa nella mano sinistra e continu ad avan
zarsi; la truppa prosegu il suo fuoco. Tronconi
fu costretto a riparare in una casa.
Il colonnello Bentivegna e il maggiore Cairoli
accorsero comandando ai loro uomini di cessare

il fuoco. L' ordine fu prontamente eseguito, e la

truppa dal suo canto cess anch'essa il fuoco.


Il capitano della compagnia regolare domand

il disarmo di Bentivegna e di Cairoli: essi die


dero tosto i loro due revolver, le sole armi che
aVeVaIlO.

Il colonello Bentivegna chiese allora che ve


nissero restituiti i fucili ai volontari: questa do
manda fu respinta.

Dopo un colloquio di pi di un quarto d'ora,


si separarono senza ottener risultati. Bentivegna

e Cairoli ritornarono all'alloggio del maggiore


Frigyesi, assai eccitati ambidue, e Cairoli in ispe

cie: domandarono consiglio al maggiore sul da


farsi: Frigye si usc tosto con loro.
Alla chiesa, vale a dire a cinquanta passi dal
sito in cui era avvenuta la collisione, egli trov

sui gradini della chiesa i volontari in quella ac

16

quartierati e che ne erano usciti. Egli disse loro:


Aspettate la truppa nella chiesa, aspettate
colle bajonette sulla cima dei fucili, ma senza
far fuoco: poich l'ordine del generale Garibaldi
prima di partire da Ficuzza fu, che in nessun
caso si avesse a far fuoco sopra la truppa rego
lare.

I volontari gridarono: viva Garibaldi! e Frigyesi


con Bentivegna e Cairoli, - essi tre soli, - a rischio
d'essere fatti prigionieri - recaronsi a rinnovare
all'officiale della truppa regolare la domanda di
restituire i fucili, promettendo che i volontari
che avevano fatto fuoco sarebbero stati puniti.
A tutte queste domande fu risposto con un ri
fiuto assoluto e coll'intimazione che i volontari
abbandonassero tosto il villaggio.
Molti volontari, fin dai primi colpi di fucile
avevano lasciato il villaggio e si erano ritirati
Sulla montagna.
Frigyesi propose al colonnello Bentivegna di ri
prendere i fucili che erano stati deposti in fasci
con una sentinella a ciascun fascio: il colonnello

Bentivegna respinse la proposta e ordin si ab


bandonasse il villaggio per evitare un combatti
mento tra fratelli; e di vero il vantaggio del nu
mero dalla parte nostra non lasciava alcun dubbio
Sui motivi di questa determinazione.
Si part da Santo Stefano alle sei di sera, la

sciando tre morti che si erano trasportati in una


casa e quattro feriti affidati alle cure del sindaco.

17

Al momento della partenza si era saputo che


la truppa regolare aveva occupato Castel Termini;
la notte sopraggiunse quando noi gi eravamo a
4 miglia dalla citt; ci trovavamo in luoghi com
pletamente deserti, e non avendo avuto il tempo
di prendere guide, smarrimmo tre volte la via tre volte facemmo sosta e simulammo un piccolo
accampamento; eravamo costantemente ritornati

sui nostri passi.


La mattina, a 4 ore e mezza, scorgemmo venir
sene a noi due paesani a cavallo; proponemmo
loro di servirci di guide, pagandoli, ed essi rifiu
tarono; allora li prendemmo a forza e li costrin
gemmo a condurci a Castel Termini. Lasciato il
corpo della spedizione nella montagna e circon
datolo di avamposti, noi continuammo la nostra
via - il colonnello Bentivegna, il maggior Cairoli,
il maggiore Frigyesi, io, quattro Ungheresi e due
ordinanze.

I quattro Ungheresi indossavano l'uniforme


della legione.
Noi entrammo a dieci ore del mattino nel vil

laggio e ci trovammo a fronte, sulla piazza, una


compagnia di truppe regolari. Il tamburo batt
la ritirata: la compagnia fece fronte indietro, e,
lasciandoci libera la via, parti a tamburo bat
tente. - Il comandante della guardia nazionale
aveva dichiarato al capitano della compagnia che
n egli n i suoi uomini avrebbero prestato soc

corso alle truppe regolari contro Garibaldi e che


2

18

la popolazione voleva ricevere i volontari con


sentimenti di affetto e simpatia.
Era questa dichiarazione che aveva deciso l'of
ficiale della compagnia a battere in ritirata.
Ci valse a rianimarci alquanto: per che la
freddezza degli abitanti di Santo Stefano ci avesse
agghiacciati.
I volontari giunsero a mezzo giorno: la popo
-

lazione tutta li attendeva alla porta. Essi furono

ricevuti con grida fanatiche: sventolavano ban


diere a tutte le finestre.

- e

r - e e

- - - e e

I biglietti d'alloggio furono inutili: ciaschedun


proprietario di casa, secondo la capacit di que
sta, prese seco due, tre, quattro volontari; nep
pure si tratt di razioni di pane o di vino: tutto
ci fu offerto gratis.
Si era ricevuta la notizia che due carri cari
chi di camicie rosse e di fucili erano stati con

fiscati, all'uscir di Palermo, dai carabinieri regi,


ma che la sera stessa erano stati rilasciati in li

bert. La cosa era vera, ma i carri non ci rag


giunsero mai.
La sera del secondo giorno - poich, essendo
stati cos bene ricevuti a Castel Termini noi vi

rimanemmo due giorni - la sera del secondo


giorno, in mezzo ad auguri di buon viaggio per
noi, di buon successo per Garibaldi, e a male
dizioni per gli abitanti di Santo Stefano, noi la
Sciammo Castel Termini verso le dieci, ben mu

niti di guide e prendendo la direzione di Misil


e

19

meri villaggio greco dominato da un castello


saraceno. Ivi giungemmo la mattina a nove ore;
la popolazione ci accolse piuttosto male che bene:
solo la musica della guardia nazionale ci venne
incontro suonando l'inno di Garibaldi. Noi bivac
cammo in una chiesa e in un convento.

Credevamo di avere a partir per Girgenti e


quivi imbarcarci; la sera a otto ore lasciammo
il villaggio e con una marcia forzata, la domane,
9 agosto, raggiungemmo il generale Garibaldi a
Santa Caterina.

Qui vi trovammo non solo il generale Garibaldi,


ma anche il generale Corrao, colla sua brigata
siciliana, mista a molti disertori di Palermo; Me
notti, co' suoi cacciatori delle Alpi, e il batta

glione di Bedeschini; gli officiali di stato mag


giore Basile, Corte, Basso, Guicciardi, Bruzzesi,
Guastalla, Albanese, Lusiada, Burattini, fra Pan

taleo e il capitano Kowascz di nazione ungherese.


Tutti i volontari di Corrao e di Garibaldi ave
vano cappotti militari ed erano armati di fucili
prussiani, ben calzati e meglio disciplinati che
- non la colonna Bentivegna.
La citt era adorna di bandiere e la sera pre
cedente eravi stata illuminazione in onore del

generale.
Garibaldi, quasi non avesse aspettato altri che
noi, part una mezz'ora dopo il nostro arrivo,
-

vale a dire verso le 8 del mattino in vettura,

senza che si sapesse per dove.

----- -

20

La domane, alle nove del mattino, noi partim


mo a nostra volta nell'ordine seguente:
-

Avanguardia - battaglione Menotti.


Seconda guardia - battaglione Bedeschini.
Corpo d'armata - colonna Corrao.
Retro guardia - colonna Bentivegna, ecc.
Noi potevamo avere allora 3500 uomini.
Il battaglione Menotti aveva una bandiera di
seta coi colori nazionali, recante nel mezzo una

corona di lauro ricamata in oro con questa iscri


zione :

Viva Vittorio Emanuele - la societ di Ge

nova - 4 aprile 1862 .


La data di questa iscrizione proverebbe che la
bandiera era in origine destinata alla impresa di
Brescia.

Un'altra bandiera, quella della colonna Corrao


aveva i tre colori soltanto, senza le armi di Sa

Voja.
Noi non avevamo ancora bandiera; ma ce ne

procurammo una, due giorni dopo a Castro-Gio


vanni di stoffa ordinaria e colle armi di Savoja.
Insisto su questo punto, perci che i rapporti of
ficiali affermarono che nessuna delle bandiere dei

volontari portava le armi di Savoia. Io affermo


che la nostra le portava.

Giunti a Villa Rosa, per dove il generale Ga


ribaldi non era passato, fummo ricevuti dalla po

polazione e dalla guardia nazionale con entusia


Smo; ivi rimanemmo sino alle tre del mattino -

21

alla qual ora ci incamminammo per la strada


maestra - la prima da noi battuta - per alla volta
di Castro-Giovanni, nido d'aquile sulla cima di
una roccia, che forma il centro della Sicilia. I

paesani la chiamano ancora coll'antico nome sa


raceno, Hennah. questa una forte posizione,
nella quale 3000 uomini potrebbero sostenere un
assedio contro 15,000.

Fummo accolti con entusiasmo, all'ingresso del


villaggio, dalla popolazione, dalla guardia nazio
nale e dalla musica; l'incertezza della nostra po
sizione di fronte al governo si faceva sentire pi
e pi; il fatto di Santo Stefano aveva gi sco
raggiato un buon numero di volontari ed io ma
nifestai di nuovo a miei compatrioti l'opinione
che avevo gi emessa nel partire dalla Ficuzza:
il re non con noi.

Molti volontari della colonna Bentivegna, dopo


il fatto di Santo Stefano, avevano lasciato il reggi
mento, venduti i loro fucili ed erano rientrati alle
loro case; lo stesso era accaduto della colonna

Corrao: ond', che giunti a Castro-Giovanni que


sti due reggimenti vennero riorganizzati di nuovo.
Il generale Garibaldi giunto a Castro-Giovanni

la vigilia del nostro arrivo chiam gli officiali


delle due colonne, raccomand loro una disci

plina severa e cominci l' organizzazione ammi


nistrativa. Per la prima volta, sopra un buono di

viveri, vidi improntate le parole: prima Legione


romana, formanti un circolo, in mezzo al quale

leggevasi: o Roma o Morte.

22

Il giorno dopo, il generale Garibaldi pass una


rassegna e tenne a suoi volontari un discorso nel
quale raccomand loro obbedienza ai loro offi
ciali, dicendo essere questo il vero mezzo per
raggiungere lo scopo della spedizione.
Lo stesso giorno due Ungheresi della legione
provenienti da Napoli, giungevano per la via di
Catania. Non li si erano lasciati sbarcare a Paler

mo; essi avevano quindi ripreso il pacchebotto


per Messina e da Messina erano venuti in posta,
per Catania, come abbiam detto fino a Castro-Gio
vanni.

Essi recavano la notizia che il Parlamento di


Torino era disciolto, il ministero Rattazzi caduto,

il re investito del potere assoluto e che la rivo


luzione era scoppiata a Parigi.
Gli altri viaggiatori di commercio provenienti
da Catania recavano la stessa notizia.

Queste false voci restituirono ai volontari un


coraggio ch'essi cominciavano a perdere.
Il capitano Korwascz lo stesso giorno parti per
Catania, travestito da borghese, a quale scopo ignoriamo ancora.
Cairoli aveva lasciato il nostro battaglione ed
era rientrato allo stato maggiore; Frigyesi era
nominato luogotenente colonnello : i cinque Un
gheresi aumentati di due venuti da Catania fu
rono aggregati in qualit di officiali alla colonna
Bentivegna colla promessa del generale, che, con
essi per officiali, si sarebbe formata la caval
leria.

---

23

Il terzo giorno della nostra sosta a Castrogio


vanni, un volontario credendosi insultato da uno
dei nostri officiali, lo fer alla coscia con un

colpo di baionetta. Il generale Garibaldi infor


mato del fatto voleva farlo fucilare, ma ricordan

dosi che non era stata proclamata ancora la legge


marziale, lo consegn al sindaco per farlo punire
secondo le leggi civili. In questi tre giorni si pa
garono i viveri con buoni sopra la municipalit,
e lo stesso giorno si parti a tre ore del pome
riggio per Leonforte. A Leonforte si ebbe notizia
che il generale era partito la mattina a sette ore,
senza che si sapesse per dove. In quest'ultima
citt si giunse a 11 ore di sera; tutta la citt era
illuminata, e la guardia nazionale, con tutti gli

attestati possibili di simpatia condusse i volon


tarii ai loro quartieri. Il generale non si era
veduto.

Si pass la notte ed una parte del mattino del


giorno appresso a Leonforte, donde si parti alle
tre pomeridiane. La marcia fu disordinata, ma
solo per negligenza degli officiali.
Si giunse la sera a otto ore a San Filippo, pic
-

cola citt di 8 a 10 mila abitanti. Ivi si ebbe la

migliore accoglienza da parte della municipalit,


della guardia nazionale e della popolazione. Fa
cemmo il nostro ingresso nella citt illuminata,
preceduti dalla musica della guardia nazionale.
Garibaldi era quivi giunto il giorno innanzi, di
mattina, ed avea preso alloggio in casa del sin
daco.

24

Io ero alloggiato in casa di un barone di cui


non ricordo il nome del resto in Sicilia ed in

Catania tutti i proprietarii sono baroni. Egli ci


raccont che era giunta da Messina al prefetto

di Catania una lettera, la quale ne racchiudeva


quattro altre, indirizzate, l'una al sindaco di Ca

tania, l'altra al sindaco di Patern, la terza al


sindaco di San Filippo, che era amico del barone
presso cui avevamo alloggio, e la quarta infine,
con un suggello reale di cera rossa, al generale
Garibaldi, ma senza luogo di destinazione.
Mi si narr pi tardi che il generale dopo aver
ricevuta questa lettera aveva allegramente annun
ciato a suoi officiali esser egli sicuro oramai di
raggiungere lo scopo della sua spedizione, poich
la lettera da lui ricevuta conteneva un ordine di

retto alla truppa di obbedirgli.


Noi lasciammo San Filippo il 16 agosto a sei
ore del mattino per Realbutto. Il generale era
partito fin dal giorno innanzi. In questo luogo fa
cemmo sosta fino alle 11 del mattino ed avemmo

notizia che la truppa regolare si componeva di 3


battaglioni del 4. di linea. I volontarii presero i
loro quartieri ad eccezione del battaglione Frigyesi
che venne collocato come corpo d'avanguardia ad
un miglio dal villaggio.
Il battaglione pose le sue sentinelle e fece oc
cupare la casa comunale. Cos si rimase fino
alle otto di sera.

Si ignorava dove fosse il generale.


A otto ore si riprese una marcia forzata e se

--

25

greta, e si oltrepass, addentrandosi nella mon


tagna, il fianco destro della truppa; a quattr'ore
del mattino si giunse a Centorbi.
Nello stesso tempo che noi entravamo in questo
strano villaggio il quale rassomiglia ad un anfi
teatro antico ed ha soltanto un ingresso ed una
uscita sopra la via che vi conduce e sopra la via
che ne diparte, il generale Garibaldi usciva da
esso conducendo seco i battaglioni Menotti e Be
deschini e la colonna Corrao.

Facemmo una sosta di poco pi d'un'ora e ri


prendemmo la stessa via sulla quale ci precedeva
il generale, vale a dire quella di Patern pas
sando il fiume Simeta. Il generale stesso diresse
la manovra del passaggio; questo si fece a guado,
gli uomini avevano l'acqua sino alla cintura.
Il generale pass per l'ultimo.
Giunto a mezzogiorno e un quarto nei dintorni
di Patern, il generale ordin di far sosta in un
piccolo bosco; la truppa regolare, che si era ri
tirata dalla strada maestra di Realbutto, occupava
Patern, ed aveva collocato avamposti con un
cordone di sentinelle.

Il generale Garibaldi ordin si prendessero di


sposizioni per resistere nel caso che la truppa
facesse qualche movimento ostile: solo che tutti

quelli i quali non aveano la camicia rossa, do


vevano ritirarsi alla retroguardia. Un certo nu
mero di volontarii si sbarazz allora della camicia

rossa, e due o tre officiali seguirono il lor


esempio.

---

z- -

- -

--

26

La tromba della truppa regolare dava gi il se


gnale di avanzarsi. Ad un tratto, la truppa rego
lare si ferm, il generale Garibaldi in persona si
avanz allora verso gli avamposti della linea, e
present all'officiale una lettera; questi la lesse,

poi ordin alla truppa di rimaner fermi. Il gene


rale ritorn e ordin si prendesse il cammino a
sinistra della linea: dopo una mezz'ora di mar
cia, si occuparono, in faccia a questa, dei giar
dini appartenenti ai proprietarii della citt. In
quella posizione la truppa non ci poteva scor
gere, essendo noi lontani da essa pi di due chi
lometri.

Nessuno di noi pu dire che cosa vi fosse nella


lettera: ma tutti possiam dire qual fosse il ri
sultato della sua lettura. La voce corsa a San Fi

lippo che il generale avesse ricevuto una lettera


col suggello del re, ci conferm vienaggiormente
nella credenza che quella lettera fosse davvero
di Vittorio Emanuele.

Ci ne sembrava tanto pi verosimile in quanto


che Garibaldi era venuto solo a Patern, era en
trato solo nel villaggio, occupato dalle truppe, e
quivi aveva dato i suoi ordini perch si recasse
al campo del pane e del vino. Ora, come fu che
la truppa regolare, la quale occupava il villaggio,
non siasi impadronita di Garibaldi?... Essa avrebbe
cos risparmiato il doloroso fatto di Aspromonte

ed avrebbe agito secondo le regole di buona


guerra.

Ma ritorniamo al nostro accampamento.

27

Il terreno di esso era vantaggioso pei volon


tari; circondato da muraglie, frastagliato da fos
sati, esso avrebbe presentato grandi ostacoli ad
un attacco. Quivi ci raggiunsero gli uomini ri
masti addietro in quella marcia forzata: tutta la
via era coperta di camicie rosse da Centorbi sino
a Patern; tutti quegli uomini avrebbero potuto
essere fatti facilmente prigionieri dalle truppe
regolari.
Essi ci raggiunsero senza essere menoma
mente inquietati.
A sei ore il generale ritorn al villaggio, poi
di nuovo al campo e diede ordine di partire in
-

tutta fretta.

Si presero i fucili sotto braccio perch le ba


jonette non tradissero la nostra marcia, si ab
bassarono le bandiere, si ordin il silenzio agli
uomini e si pass l'uno dopo l'altro per le porte
e per i muri del giardino, sfuggendo per tal modo
alle investigazioni della truppa. Questa marcia
dur due ore: in queste due ore la truppa inol
trava cos a piano che fece appena un miglio di
strada. In capo alle due ore, noi avevamo, di
giardino in giardino, raggiunta la estremit della
citt opposta a quella ove trovavasi la truppa;
traversammo una parte della via principale; i bor
ghesi alle porte delle case ci offerivano pane e
vino e si dolevano di non poterci offrire ospitalit
come avrebbero voluto. Al momento in cui usci

vamo dalla citt, nel luogo in cui comincia lo


Stradale di Catania, io vidi un officiale della truppa

28

regolare passare accanto a noi, discorrendo col


maggiore garibaldino Ferrari.
-

Quest'officiale sarebbe mai quegli che avrebbe


servito di guida al generale?
Durante la marcia, ci sopraggiunse la notte;
quella marcia si comp in un disordine indescri
vibile; noi ci lasciavamo addietro lo stradale co

perto di dormienti; gli officiali facevano avanzare


gli uomini per forza, dicendo che i carabinieri
facevano prigionieri quelli rimasti addietro; era
rotto ogni vincolo d'ordine e disciplina; la stan
chezza fomentava la resistenza; non si voleva

pi andare innanzi e pure si era oramai a sole


dieci miglia da Catania.
Verso un'ora dopo mezzogiorno, un convoglio
della truppa regolare, di 14 carri in circa, s'im
-

batt sulla nostra via.

Noi lo lasciammo passare senza inquietarlo


menomamente.

Il generale con una porzione dei battaglioni


Menotti e Bedeschini era entrato la mattina del

18 agosto verso le 4 ore in Catania.

Il comandante della piazza ed il prefetto si


erano ritirati a bordo della fregata il duca di
Genova che stazionava nel porto.

La truppa che occupava Catania era uscita an


ch'essa ed erasi accampata a 3 miglia dalla citt.
Catania acclam Garibaldi con entusiasmo. Vuolsi

dire che una parte della popolazione appartenente


alla nobilt aveva lasciato la citt sino dal giorno
addietro, alla notizia dello avvicinarsi di Garibaldi.

29

La casa ov'era il circolo degli operaj, era co


stantemente assediata dalla popolazione, la quale
vedendo Garibaldi per la prima volta, non pote
va stancarsi di rimirarlo. Ad ogni momento, egli
era costretto a comparire al balcone; egli si mo
strava, pronunciava alcune parole sempre fre
neticamente accolte, poi si ritirava; ma non si

ritirava la folla che attendeva senza posa una


nuova apparizione.

La notizia che la truppa, la quale aveva rice


vuto rinforzi da Patern, avvicinavasi per attaccare
i volontari, turb per un istante l'entusiasmo che
era pronto a tramutarsi in furore contro una tale
intenzione. Alle undici del mattino, il giorno
stesso dell'arrivo del generale, la guardia nazio
nale venne chiamata sotto le armi; allato a lei

si schierarono tutti quanti potevano portare un


fucile, e si innalzarono barricate per formare un
triangolo di difesa.
Il generale stesso era costretto a calmare l'e
saltazione d'alcuni officiali che volevano cogliere
una occasione di venire alle mani colla truppa:
per che Garibaldi avesse presso di s un partito
il quale voleva ad ogni costo costringerlo a rom
perla col governo, ci che Garibaldi non volle
mai. Io udii il generale proferire, con tutta la
forza della sua voce, queste parole:
Quantunque il prefetto e appunto perch
il prefetto ha lasciato la citt, necessario che
un governo si stabilisca: io stabilir adunque un
governo provvisorio di cui mi faccio capo con

30

questo programma che ad un tempo quello


dell'Italia ed il mio: Italia e Vittorio Emanuele
Roma o morte.

A due ore del pomeriggio si ordin ai volon


tarii di rientrare ai loro quartieri ed alla guar
dia nazionale di ritirarsi alle sue case, essendo
svanita la voce dell'attacco. I volontarii furono

posti in sentinella ed occuparono fuori della citt


un forte che la truppa regolare aveva abbando
nato. Ad ogni minuto giungevano disertori dal
campo delle truppe regolari; il primo giorno
ne contai 124, e posso dire la cifra essendo io
stato incaricato di riceverli: alcuni avevano armi

e bagaglio, altri solamente la giacchetta.


Le comunicazioni telegrafiche e postali furono

interrotte per i due primi giorni. Nel convento


dei frati minori, dove ci recammo a prender quar
tiere, trovammo una compagnia di linea che vi
era stata dimenticata. Il generale prevenuto di
ordine di lasciarla uscire colla maggior cortesia.
Tutti si domandavano perch mai se la truppa
doveva un giorno o l'altro venire alle ostilit con
noi perch mai si era lasciato il generale an
dare da Palermo alla Ficuzza? perch si era la
sciata passare la colonna Bentivegna a Santo Ste
fano e a Castel Termini? perch a Patern si
erano sbarrate due strade e lasciata aperta una
terza ?

I pi opinavano allora che il governo avesse


temuto una collisione in Sicilia tra i volontarii

31

e le truppe regolari, attesoch in tal caso tutta


la Sicilia avrebbe preso partito per i volon
tarii.

Si ordinarono ai sarti ed ai calzolai della citt

camicie rosse e scarpe: si prese possesso di un


magazzeno militare, donde si tolse tutto quanto
vi si trovava di armi e vestimenta. Io consigliai
di rilasciare un buono sul municipio concepito in
questi termini:
Riconosco d'aver ricevuto gli oggetti se
guenti: Cappotti, ecc. che la stessa regola
che si segue quando si occupa un magazzeno del
nemico.

Questo consiglio non fu seguito.


La sera, la citt prepar una grande illumina
zione: il generale and in giro per tutte le vie:
le barricate furono aperte per lasciar passare la sua
carrozza; una sola rest chiusa quella che
sbarrava la porta per la quale si andava al campo
delle truppe.

La domane, 19, si fece una grande dimostra


zione; si presero al Casino i ritratti del re e di

Garibaldi e li si portarono trionfalmente per le vie,


preceduti dalla musica degli orfani e da tutta
la popolazione.
Quel giorno i disertori continuarono a presen
tarsi: il loro numero al momento dell'imbarco,
vale a dire, il 24 ottobre a nove ore di sera, sa
liva a 300.

Il giorno successivo, 20, nulla avvenne di im

32

portante: solo, nella citt, dominava una visibile


esitanza. Da un lato Garibaldi parea sicuro della
sua alleanza col governo: dall'altro, la truppa as
sumeva un contegno sempre pi ostile, a tacere
che la fregata il Duca di Genova sembrava pronta
a bombardare la citt.

Si pubblicarono affissi sollecitanti gli arruola


menti: si cre una legione catanese formata di
soli cittadini di Catania; si ordin inoltre che

quanti trovavansi dei mille, fra i volontarii, for


massero una compagnia a parte sotto il nome di
Superstiti dei mille. Io ebbi l'onore di farne par
te, avendo combattuto nella prima campagna di
Sicilia. Tutti questi affissi e decreti portavano
in testa le parole: Roma o morte e finivano colle
stesse parole: Roma o morte.
Il terzo giorno si organizz definitivamente il
corpo dei volontari; si diedero loro nuovi fucili
giunti per la guardia nazionale di Catania e vi si
incorporarono i disertori col titolo di istruttori.
Infine si fece una certa scelta di uomini sicuri e

gi noti per offerte prove di s.


Si distribuirono inoltre a ciascun milite cinque
franchi, agli officiali cinquanta, ed agli officiali su

periori fino a duecento. Tutti questi pagamenti


vennero fatti in soldi nuovi coll'effigie di Vittorio
Emanuele. Questo danaro veniva da Torino per
essere scambiato coll'antica moneta.

Non v'era tesoro generale, ma solo cassa di


compagnia, di battaglione e di reggimento.

--

r-r

33

inutile il dire che queste casse erano assai


povere: quanto a me, so di non aver toccato uno

solo di quei soldi dall'effigie di Vittorio Ema


nuele.

Il quarto giorno si sparse di nuovo la voce che


la truppa veniva ad attaccare la citt: si rinchiu
sero le barricate, si chiamarono i volontari sotto
l'armi e si fecero preparativi di resistenza. Fra
Pantaleo predic la difesa, insieme co suoi con
fratelli di Catania, monaci e preti.
Quella volta ancora era un falso allarme.

Era giunta intanto nel porto una fregata recante


bandiera inglese.

Io ero vicino al generale, la mattina a undici


ore e mezza, quand'egli prese il suo cannocchiale
e la esamin alla distanza di otto o dieci miglia;
ei la riconobbe per inglese e depose il cannoc
chiale, dicendo: Sono amici.

E un sospiro di sollievo gli sfuggi dal petto.


Quella fregata poteva venire per due cose: op

porsi al bombardamento di Catania per parte della


fregata il Duca di Genova o tutelare le propriet
inglesi. Fu questa, del resto, la fregata della
quale si disse ch'ella erasi posta tra il Duca di
Genova e i due vapori il Dispaccio e l'Abbattucci;
noi constatiamo ch'ella pose semplicemente l'n
cora nel porto e non aiut n si oppose ai mo
vimenti dei volontarii.

Lo stesso giorno corse voce che il governo


avesse permesso a Garibaldi uno sbarco nel Mon
3

34

tenegro, ma gli avesse positivamente vietato qua


lunque movimento sopra Roma. Tutti i volon
tarii erano contrari ad una spedizione nel Mon
tenegro, ma erano invece entusiastici per la im
presa che avea per leggenda: Roma o morte.
Il generale, com' noto, non parla mai che di
rado; ma ordinariamente di modi affabili e be

nevoli. Io lo conoscevo sin dal 1860, e, dal giorno


del nostro arrivo in Catania avevo che fare con

lui per lo meno una volta al giorno: or bene, io


posso affermare che da Patern in poi, egli era
silenzioso e tristo, e sempre circondato dallo
stesso circolo di officiali che impediva persino ai
vecchi officiali di Garibaldi di penetrare sino a
lui. Quindi sebbene io venissi per affari, avevo
ogni giorno a sostenere una specie di lotta per
giungere a lui.
La mia opinione che il generale Garibaldi,
fino all'ultimo momento della sua partenza da
Catania, nutrisse speranza di un riavvicinamento
fra lui ed il governo. A rigore, egli avrebbe potuto
lasciare la citt tre giorni prima; ma egli atten
deva sempre che il Duca di Genova, il quale con
tinuava a rimanere dinanzi alla citt in atto minac

cioso, ricevesse l'ordine di lasciar passare per


il Montenegro i volontarii e il generale.
La mattina stessa del giorno del nostro im
barco, il Duca di Genova verso le sei del mattino,

lev l'ancora, usc dal porto e scomparve dal lato


d'Aci-Reale.

35

Fu quello per il generale un incoraggiamento


a imbarcare i suoi uomini; io lo vidi, che sem

brava pi gajo, e si diceva a bassa voce che il


governo era d'accordo con lui, ma che quelle ap
parenze di ostilit erano necessarie per potersi
giustificare innanzi alle potenze straniere, quando
la spedizione avesse raggiunto il suo scopo.
Queste voci furono sempre mantenute e diffuse
fra noi e fra la popolazione con una grande abi
lit.

Quanto ai provocatori che spingevano ad una


collisione coll'esercito, e che noi avevam veduto

comparire e disparire a Palermo, a Santa Cate


rina, - essi erano, come si disse, riapparsi di nuovo
a Catania; ma, la vigilia della nostra partenza
essi disparvero per ricomparire a Melito. Questi
provocatori si rinnovavano e non erano mai gli
stessi. Ai timori degli officiali ragionevoli e che
temevano il conflitto, il generale rispondeva sem
pre:

Siate tranquilli, noi giungeremo al nostro


scopo. Ma io sono fermamente convinto che, a
traverso quella finta tranquillit, egli vedeva gi
la catastrofe.

L'arrivo della fregata inglese aveva incoraggiato


non solo il generale, ma anche i volontari; la
fregata inglese era scomparsa immediatamente
dopo la fregata italiana.
Pulski, antico membro del gabinetto ungherese
nel 1848, era giunto a Catania lo stesso giorno

36

dell'arrivo nostro. gli recava lettere a Garibaldi


e si imbarc con noi.

Il 24 a tre ore del pomeriggio, ricevemmo l'or


dine inatteso di prepararci alla partenza; si la

sciarono indietro tutti i capi di vestiario e tutte


le scarpe ordinate e si marci verso il porto. Un
po' prima delle tre ore, l'Abbattucci ed il Dispac

cio erano entrati nel porto provenienti da Messi


na: dal loro arrivo era stato motivato l'ordine

di partenza.

Con una cannoniera che avesse tirato un sol

colpo di cannone e inviata una palla da 12 in


mezzo ai volontari si sarebbe impedito questo

imbarco che ebbe luogo in un disordine indescri


vibile. Il generale faceva il possibile per porre
un po' d'ordine in quel caos e per distribuire gli
uomini nei due vapori: si entrava dalle baracche
dei bagni a rischio che tutto si rompesse sotto
i nostri piedi e fu un miracolo che alcun sini
stro non avesse luogo. Una gran parte della po

polazione assisteva a questo spettacolo, deside


rosa di veder partire i volontari per uscire da
questo dubbio: Garibaldi cammina o non cammina

d'accordo col governo? Si era fatta una certa

scelta tra i volontari e si erano lasciati a Cata


nia tutti quelli di cui si diffidava, non conducen

do che gli uomini i quali avevano dato prova di

lealt e di coraggio. Fra questi erano quasi tutti

i volontari del 1860, un gran numero di Veneti


e quasi tutti i disertori della truppa in numero

37
di 400 circa, compresi quelli che si erano rac
colti da Palermo a Catania.

I volontari e persino la maggior parte degli


officiali ignoravano la destinazione per la quale
erano imbarcati: nello stato maggiore di Garibal

di si poteva notare un ufficiale greco, col suo


elegante costume di palicaro; ci che faceva cre
dere ad alcuni che si avesse a partire per la
Grecia.
I due vapori partirono senza accender fuochi
di posizione, carichi a rischio di colare a fondo.

Siccome le navi erano piene di munizioni, fu

proibito di fumare; il bastimento aveva un tal


rullio che gli uomini erano costretti a calcolare
tutti i loro movimenti per mantenere l'equili
brio. Il generale stesso aveva preso il comando
del Dispaccio. Pulsky, Missori, Mordini, Nicotera,
Nullo e tutto lo stato maggiore di Garibaldi, si
trovava col generale a bordo del Dispaccio; do
po una traversata terribile, nella quale il Dispac

cio serviva di guida, si giunse in vista di terra


alle 4 ore ed un quarto del mattino.
Si sbarc a Pietrofalcone; uno dei vapori, l'Ab

battucci, aveva sofferto una piccola avaria avvici


nandosi di troppo alla spiaggia; si assicurarono i
vapori alla spiaggia per mezzo di corde; il ge
nerale sbarc il primo e immediatamente si po
se in cammino a piedi seguito da alcuni officiali

alla volta di Melito, villaggio a due miglia circa


di distanza.

---

- -

---

---

-e

38

Nella sua assenza, si oper lo sbarco.

Indi a due ore, noi lo vedemmo ritornare ac

compagnato da una amazone francese e dal sin


daco di Melito, come pure da alcuni abitanti di
questo villaggio i quali ci confermarono che il
mattino stesso, come per farci luogo, la truppa
aveva lasciato Melito. Erasi assicurato al generale
che in Calabria egli avrebbe trovato tutto pronto
e battaglioni di volontari gi formati a Monte
leone, a Cosenza e a Catanzaro. La cosa era
Vera.

Dopo aver riveduto il generale, Pulsky parti


per Reggio dove prese il vapore che lo condusse
a Messina. Si sa ch' egli venne a Napoli dove
fu arrestato.

I due vapori ripartirono appena fu sbarcato


l'ultimo volontario e presero la direzione di Mes
sina.

Dopo una marcia di due miglia noi entrammo


in Melito.

Il generale mi
gli mossi alcune
egli non rispose
Finalmente a

parve pi preoccupato che mai;


domande di servizio alle quali
neppure.
quest'ultima domanda che io,

insistendo, gli feci:

Ora che siamo in Calabria, che cosa fa

remo? egli si content di rispondere:


Io credo che tutto finir bene .

Si entr a Melito : ma Melito non era appro


vigionato di nulla. Ivi si afferm al generale che

- - -

- -

--

--

39

egli avrebbe trovato nella montagna tutto il ne


cessario per la sua truppa, armi e viveri. La
truppa accamp parte nel villaggio, parte nel
letto della fiumana disseccata che passa ad un
miglio da Melito. Si posero avamposti sopra la
grande strada di Reggio.
Da questa prima sosta non si mangi pi.
A tre ore del mattino, le trombe diedero il

segnale della partenza per Sannazaro, dove si fece


sosta di nuovo; una deputazione era venuta da

Reggio; la componevano un certo numero di cit


tadini, fra cui riconobbi un sacerdote di mia co

noscenza, di nome Francesco Ponteri; questa de


putazione veniva a dire che la popolazione di
Reggio, fedele al re ed allo statuto, faceva chie
dere a Garibaldi che cosa egli desiderasse, e lo
avvertiva che la truppa regolare era pronta a di
fendere a mano armata i dintorni di Reggio; ve
dendo i quali preparativi ostili da parte del mili

tare, la popolazione pregava il generale a rispar


miarle il triste spettacolo di una lotta. Cial
dini era giunto la mattina stessa ; era rimasto
un quarto d'ora a Reggio e ne era ripartito to
gliendo alla citt ogni speranza.
Il generale rispose:
Io sono passato per tutta la Sicilia senza
essere inquietato; domando solo di traversar Reg
gio e di ricevere viveri per i miei uomini .
Si assicur di nuovo, per la terza volta a Ga
ribaldi ch'egli avrebbe trovato nella montagna

40

ci di cui abbisognava e gli si lasci una guida


la quale affermava conoscere perfettamente le
strade conducenti alla montagna.

Dietro a questa assicurazione, il generale ac


consenti a non passare per Reggio.
In questo frattempo si erano comperati quat
tro buoi, ed uccisili, ciascuno ne prese ci che
pot prendere e port via la sua razione; si pre
sero pomi di terra e fichi nei giardini per calmare

i primi stimoli della fame. A dare una idea del


benessere di cui si godeva, basti il dire che una
compagnia di cento uomini ricevette la razione
di cinque e bisogn contentarsene.
Una fregata corazzata, la Maria Adelaide erasi
allora mostrata (il nostro campo trovavasi a cento

metri circa dalla spiaggia) ed avea cercato il pnnto


favorevole per tenerci sotto il tiro del suo can
none. Il generale Garibaldi, con tutto il suo stato
maggiore e il battaglione Menotti, trovavasi, pas
sando sulla via al passo di marcia, in faccia alla
fregata e direttamente sotto il suo fuoco. Nello
stesso istante si videro i fianchi della nave co

prirsi del fumo de' suoi cannoni, si ud il ru


more della fucilata, ma le palle da cannone e da

fucile passarono di sopra le nostre teste come


una salva d'onore: il generale rispose a quella
salva salutando colla sua sciabola, ma tuttavia

per maggior precauzione si fecero marciare gli


uomini sopra una sola fila.
La fregata allora prese la direzione di Messina
e si allontan.

41

Si marci col ventre vuoto sino alla fiumara


Vallessidi: la nostra guida erasi collocata presso

il generale e marciava allato a lui.


Ci accampammo nel letto medesimo del fiu
me; faceva orribilmente freddo; molti di noi
presero la febbre, tutti erano abbattuti ed af
franti: ad un miglio da noi si scorgevano i fuo
chi delle truppe regie.
Verso la mattina a quattro ore si riprese la
marcia, ma ad ogni minuto si lasciavano addie
tro uomini affamati, che non potevano continuar
pi oltre la via.
A Sannazaro nel momento in cui la deputa
zione di Reggio parlava al generale, io vidi per
l' ultima volta Nicotera, Missori e Mordini.

Si giunse nei dintorni di San Nicola, villaggio


situato sul pendio de'monti: e gi si era en
trati in una angusta vallata, quando un batta
glione del 5. di linea che aveva lasciato il bi
vacco per tenerci dietro e che trovavasi agli avam
posti, si pose ad inseguirci, facendo prigionieri
tutti i volontari rimasti in dietro e persino l'a
mazone francese che, non avendo pi cavallo,
era costretta a camminare a piedi.
I volontari allora, vedendo i loro compagni ca
der nelle mani dei soldati regolari, cominciarono
i primi a tirare, prendendo specialmente di mi
ra il maggiore che comandava la truppa e che
fu costretto a gettarsi a terra per evitare le
palle.

42

I soldati si fermarono, approntarono le armi e


risposero con una scarica generale.
In questa scaramuccia la truppa ebbe otto fe
ritti: noi due. Noi facemmo alcuni prigionieri e
li conducemmo con noi nella montagna.
Ai primi colpi di fuoco il generale accorse e
ordin di cessare il fuoco e

di continuare la

marcia senza rispondere.


La truppa dal suo canto fece fronte indietro e
si ritrasse con 200 prigionieri, con muli e ba
gagli, e colla cassa della prima compagnia del
battaglione Menotti, contenente 120 franchi.
Li si condusse a Reggio, dove il maggior Sa
lamon, fatto prigioniero il di innanzi, doveva in
quel giorno medesimo salvarsi in un modo mi
racoloso.

Interrompiamo il nostro racconto per dare i


particolari di questa fuga.
Il maggior Salamon era stato riconosciuto qual
disertore dell'esercito ed era stato condotto il 26

agosto a bordo di una fregata italiana; quivi


comparve innanzi ad un consiglio di guerra che
lo condann a morte.

Egli vedeva gi i preparativi della sua esecu


zione, quando con un ultimo sforzo, si slanci
di sopra il parapetto della nave e cadde in mare.
Si fece tosto fuoco su di lui da tutte le parti:

sentendo le palle fischiare intorno a s, il mag


giore finse di essere ferito e si lasci andar sot
l'acqua.

43

I soldati credettero averlo ucciso.

Egli rest due ore nell'acqua, venendo solo

di quando in quando a galla per respirare.


La sera egli tocc la riva n pi lo si rivide.
Si disse ch'egli era stato arrestato a Monteleone
ma la notizia non si conferm.

Ritorniamo ai nostri volontari che con immen


sa pena superavano le roccie chiamate Campo
di Cardetto. La notte venne e si smarri la via.

Noi affermavamo alla guida che ci eravamo per


duti, la guida invece affermava che si era sulla
buona strada.

Si pass la notte sopra una collina: una dozzina


di volontari mori di fame, di freddo e di stan
chezza.

Io vidi, durante quella notte, il generale: egli


disputava colla guida, asserendo di essere tratto
fuori di via.

Quanto ai volontarii, l'era gi, fra essi, un con


certo di lamenti, parte dei quali ricadeva sopra

la truppa regolare, ma parte eziandio sopra il ge


nerale.
Si cadeva di
freddo.

spossatezza, si aveva fame, si aveva


-

I soli fra noi a cui rimanesse qualcosa da


mangiare erano quelli che, pi previdenti degli
altri, avevano recato seco del biscotto da Catania.

Quelli che non avevano presa questa precauzione,


avevano da due giorni mangiato nulla o quasi
nulla.

44

Il generale aveva un po' di biscotto e lo di


stribu ai suoi officiali.
Durante la notte, il generale lasci dormire i

volontari, con ordine che si ponessero in marcia


all'alba del giorno, e si incammin, sempre colla
stessa guida, verso Santo Stefano.

Piovve tutta la notte e fu una pioggia agghiac


ciata. Quelli che non avevano cappotto, cercavano
prenderne a nolo: un cappotto per quella notte

fu noleggiato persino ad una piastra.


In iscambio, venuto il giorno, il sole si fece
sentire con un calor soffocante.

Non si seguiva pi ordine o via: i volontarii


camminavano alla rinfusa, salivano

montagne,

si

inerpicavano per roccie, varcavano torrenti sen


z'acqua, traversavano burroni, con una specie di

rabbia che cominciava a rassomigliare a quella


della disperazione.

La mattina a otto ore e mezza si raggiunse


il generale a Santo Stefano; quivi fu ricevuto
dalla popolazione con benevolenza, ma senza en
tusiasmo. Molti volontarii giunti a Santo Stefano,

non ebbero coraggio di andar pi oltre, vendet


tero i loro fucili, e si posero in mano delle au
torit. Il generale aveva ricevuto la notizia
che la truppa lo seguiva, e che, secondo ogni

probabilit, gli avamposti sarebbero giunti nel


pomeriggio, a Santo Stefano.

Per due motivi adunque, urgeva il lasciar Santo


Stefano: il primo, per evitare una seconda col

lisione colla truppa: il secondo, perch si era


promesso al generale, promessa ond'egli comin
ciava a dubitare, ch'egli avrebbe trovato su nei

monti tutto ci di cui abbisognava.


Del resto a Santo Stefano si venne a sapere
una cosa della quale noi gi dubitavamo, che cio
esisteva un'altra via oltre quella da noi presa,

una via perfettamente libera che conduceva da


Sannazaro a Santo Stefano in dodici ore, men

tre per varcar lo stesso spazio noi avevamo im


piegato due giorni e due notti. Era impossibile
d'altronde il dire quale distanza noi avessimo per
corsa, nel mentre la truppa, meglio informata di
noi, aveva preso la via pi breve e pi co
moda.

In un attimo, tutto quello che Santo Stefano

ci pot fornire, fu divorato.


A tre ore, noi partimmo, col generale alla te
sta. La guida era rimasta a Santo Stefano, senza

dubbio per avere la sua ricompensa. Giunto il


primo a Campo fuora Stalla, il generale stabili il
suo quartiere in una casa isolata dinanzi alla
quale passava una via.
-

A poco a poco, tutto il corpo lo raggiunse.


Dalla partenza da Reggio in poi, 8 a 900 uomini,
ci avevano lasciati, e non eravamo pi che 1800

o 1900 uomini in tutto. Il battaglione Menotti,


giunto che fu a quella casa, pi non contava che
un centinaio di uomini: valga il vero, che du
rante la giornata, la notte ed il mattino, esso fu

46

raggiunto dagli uomini rimasti in addietro, onde

si trov quasi completo. Fu il battaglione che


perdette meno uomini.
La stanchezza era cos grande che, al comando
del generale di raccoglier legna per accendere il
fuoco, nessuno si mosse.
Il generale disse allora:
Vedo bene che tocca a me il dare l'esem

pio, e traendo la sua sciabola si avanz verso


il bosco, situato ad un chilometro circa: ciascuno

lo segu, secondo le poche forze che gli rimanevano.


Il generale and sino al bosco e tagli una
bracciata di rami secchi che riport davanti la
casa, dove si accese un fuoco per lo stato mag
giore; altri fuochi vennero accesi, dinanzi ai
quali si aggrupparono i volontarii.
Noi eravamo giunti al campo di Aspromonte
che riguardavamo come il nostro Eldorado: la
deputazione di Reggio ci aveva promesso che
quivi avremmo trovato viveri, scarpe, soccorsi
d'ogni sorta trovammo un deserto.
Si costrussero baracche con cespi di siepe e
rami di alberi, per improvvisare alla meglio un
riparo contro la pioggia che per tutta la notte
cadde a torrenti. Quella sera, non avemmo nulla

da mangiare.
La mattina seguente, lo scoraggiamento era

giunto fra i volontarii a tal segno, che il gene


rale si vide costretto a dirigere loro alcune pa
role.

47

La tromba suon a raccolta il generale sali


sopra una mula nera colla quale era partito da
Santo Stefano, e, alla porta della casa, parl ai
volontarii in questi termini:
-

Io so bene che non posso domandarvi


una disciplina militare: ma ancora pochi giorni
e noi avremo vinto gli ostacoli: tutto riprender
allora il suo cammino regolare, e come ho pro

messo, malgrado ogni cosa, noi raggiungeremo


la nostra meta: Roma o morte l

Malgrado la nostra debolezza queste parole fu


rono coperte da applausi e da grida di Viva
Garibaldi!

Questo discorso fu pronunciato verso le otto del

mattino: il generale parti con alcuni de'suoi of


ficiali per ispezionare il campo di battaglia giac
ch egli sapeva benissimo che era impossibile
continuare pi oltre la via in mezzo a tante dif

ficolt, e che quivi doveva decidersi la questione.


A sinistra della via di Santo Stefano, si era

trovato un campo di patate, che fu ben lontano


dal bastare a tutti, ma che valse a sfamare per
lo meno alcuni tra noi.

In questo frattempo Garibaldi con Corte, Nullo,


Menotti, Corrao, faceva la sua ispezione.
Credo sia giunto il momento di descrivere il
campo di battaglia di Aspromonte.
Un torrente dal letto assai profondo e che pro
babilmente non ha nome, separava il luogo dove

noi eravamo accampati da quello che il generale

48

visitava e che sembrava dovesse essere il punto in


cui la questione aveva a risolversi.
La via di Santo Stefano fiancheggiava il nostro
campo, poi, lasciandosi questo alla destra, affon

davasi d'un tratto nel torrente per risalire dal


l'altra parte; in vece delle siepi e de'cespugli
fra cui era il nostro campo, trovavasi allora un
terreno coltivabile, ma che da un anno o poco
meno non era stato dissodato; la via continuava
ad avanzarsi, fino a che biforcavasi nella dire

zione di Sinopoli e di Campignano. Ma lasciam

quella via che non ha importanza per noi se


non in quanto essa fronteggia il campo di bat
taglia.
Dalla via di Santo Stefano al piede delle col
line d'Aspromonte, sormontate dalle vere alture
di questo nome, vi ponno essere da 2500 metri.
Ora veniamo al racconto del fatto.

A undici ore del mattino la tromba suon di

nuovo a raccolta; si sfondarono dei barili venuti


sopra muli e si distribuirono nuove munizioni.
Ogni uomo ricevette cinque pacchi di cartuccie:
fatta questa distribuzione, si marci in avanti: si
travers il torrente saltando da una pietra all'al
tra e si raggiunse il piede della collina d'Aspro

monte situata a cinqne mila metri circa dal tor


rente.

Due battaglioni della colonna Corrao, composti

di 400 uomini circa, formarono l'estrema sini


stra.

---

49

Dopo essi venivano due battaglioni di Benti


vegna comandati dai maggiori Piazza e Frigyesi.
Il centro si componeva dei battaglioni Menotti
e Bedeschini; dopo questo centro venivano gli

avanzi di un battaglione della colonna Bentivegna,


ridotto ad una quarantina d'uomini. Infine la
estrema destra componevasi di due altri batta
glioni della colonna Corrao.
Noi ci maravigliammo che non si fosse la sciato
un primo avamposto nella casa dove Garibaldi
aveva passata la notte; che non si fosse cercato

di difendere gli approcci del torrente con una


forza che potesse servir di base a tutte le nostre
operazioni di avanguardia; ci meravigliam mo che
non si fosse occupata una collina che dominava il
passaggio del torrente e che avrebbe servito a
riannodare i nostri avamposti, ove venissero re
spinti; ci meravigliammo infine che non si fosse
approfittato delle numerose trincee e fossati che
solcavano la pianura per coprire la nostra fronte.
Tutto questo ci fece pensare che il generale po

teva ben prepararsi ad un attacco, ma che egli


era deciso a non combattere.

. Si voleva non essere sorpresi, - ecco tutto.


i Assegnati che furono i posti a ciascuno, i vo
lontari ruppero le file e si posero a cercar pomi
di terra. A tale scopo, si ripass il torrente e si
ritorn fino all'altra parte della via.
Alle tre e mezza del pomeriggio, quelli che
erano in cerca di pomi di terra videro apparire
4

50

l'avanguardia delle truppe regolari e li scorgemmo


ritornare rapidamente gridando: la truppa, la
truppa !
Il generale sali sopra una collina situata al
nostro centro e, coll'ajuto del cannocchiale, pot
distinguere il 25. battaglione di bersaglieri, mag
giore Pinelli, appoggiato da un battaglione del
-

29. di linea.

Era l'avanguardia.
Dopo di essa venivano il 6. battaglione di ber
saglieri, maggiore Giolitti, due battaglioni del 4.
reggimento di linea, colonnello Eberhardt, il 4.
battaglione dello stesso reggimento e una tren
tina di carabinieri a cavallo.

La truppa fece sosta un istante nel sito stesso


del campo che noi avevamo lasciato, poi, dati
gli ordini, il 25. battaglione di bersaglieri in ca
tena di tiragliatori si lanci per il primo al passo
ginnastico, travers il torrente e rimontandone la
riva per uno spazio di duemila metri minacci
di fronte la nostra estrema sinistra; - un'altra

parte della truppa si spieg in faccia a noi, ma


enza abbandonare la via di Santo Stefano; quando
poi ebbe stabilita una linea parallela alla nostra,
essa lasci la via, e se ne venne diritto sopra
di noi. Questa parte si componeva del 4. batta
glione del 4. reggimento di linea sotto gli or
dini del tenente colonnello Parrocchia.

Il generale Garibaldi vedendo la truppa avan


zarsi, ordin: abbasso la bajonetta - e proibi ri

51

gorosamente di far fuoco; i capi di battaglione eb


bero in conseguenza l'incarico di visitare i fucili
dei loro, e di far togliere le capsule dai fo
coni.

Quest'ordine fu ripetuto due volte; una vol


ta da Garibaldi, un' altra volta dagli officiali del
suo stato maggiore che percorsero le nostre
linee.

Debbo dire che tutti furono stupefatti di que


st'ordine dato di fronte alla truppa, mentre que
sta si avanzava rapidamente e le sue trombe da
vano il segnale del fuoco.
I primi colpi partirono dal fianco destro de
25. bersaglieri, il quale dalla riva del torrente e
sempre disteso in catena di tiragliatori veniva al
-

passo di corsa verso di noi: noi eravamo a una


distanza di 1200 metri circa.

Dopo l'ordine dato da Garibaldi e dagli offi


ciali del suo stato maggiore, i garibaldini vera
mente non si attendevano quell'attacco; ond' che
essi riposero nuove capsule ai fucili, e tutta l'ala
sinistra, vale a dire gli uomini di Corrao e di
Bentivegna, rispose al fuoco.
Il generale, che trovavasi al centro, grid ad
alta voce: cessate il fuoco. Una parte della

colonna Bentivegna obbed, ma l'altra parte e


tutta la colonna di Corrao, sia che non avesse

udito l'ordine, sia che non credesse dovervi ob


bedire, continu il fuoco: taluni si sbandavano e

si ritraevano nella foresta, pur seguitando a far

52

fuoco, a rischio di uccidere i loro compagni ri


masti nelle file; gli altri tennere fermo.
Ai primi colpi di fucile partiti dalla nostra ala
sinistra, il grosso delle truppe regie erasi spie
gato lentamente al passo di manovra, - fra il rul
lar dei tamburi e i concerti della banda che suo

nava l'inno di Vittorio Emanuele - per impedire


ai garibaldini di passare per l'intervallo ch'essa

lasciava aperto sopra la via di Santo Stefano; in


questo movimento la truppa seguiva a 500 passi
di distanza i suoi tiragliatori e a 200 passi le
compagnie d'avamposti.
Una confusione strana sorse allora tra di noi;
-

gli uni volevano rispondere al fuoco, gli altri


volevano seguir l'ordine del generale; altri po
'nevano fazzoletti in cima ai fucili per far capire
che non si voleva combattere, ma la truppa si
avanzava sempre. - Dopo la terza scarica dei ti
ragliatori, si sparse voce che il generale era fe
rito e ci valse a raddoppiare la confusione. Io
mi trovavo ad una ventina di passi dal generale,
alla sua sinistra, dove ripetevo il suo ordine:
cessate il fuoco: dal mio posto io lo vidi benis

simo; egli era in vista dei bersaglieri ma non


pi esposto degli altri; allato a lui, stavano Nullo,

Corte, Ferrari, Guicciardi, Basile, Albanese. Egli


fece un leggiero movimento; poi si appoggi sulla
sua sciabola, si tenne ancora un momento in

piedi, e, appoggiandosi al braccio di Nullo si

lasci distendere a terra; in questo momento, le

= 53

compagnie raggiunsero i tiragliatori, le loro trombe


suonarono l'attacco alla baionetta, e il grosso

della truppa marci in avanti. Il 25. bersaglieri,


attacc il nostro fianco sinistro all'arma bianca,
fu respinto un momento dalla sua fucilata, ri
torn alla carica e ci respinse nel bosco.

Dietro al 25 bersaglieri marciava un batta

glione del 5. di linea, il quale, poggiando a de


stra, oltrepass la nostra estrema sinistra e form

una catena per impedire ai garibaldini di guada


gnare il torrente. In questo frattempo la truppa
erasi avanzata sul nostro centro senza far fuoco,

coi bersaglieri in testa che marciavano al passo


di corsa ed alla baionetta; il nostro fianco destro
composto dei picciotti di Corrao e di un avanzo
della colonna di Bentivegna batteva in ritirata;
il centro stavasi fermo e inoffensivo; il fianco si

nistro, rispondendo al fuoco malgrado tutti gli


ordini dati e ripetuti, erasi impegnato in una lotta
corpo a corpo, che dur circa mezz'ora, sopra
una linea assai mobile, che ora, aggressiva, per
netrava nel bosco, ora, respinta, ne usciva; alla
testa di una trentina d'uomini io mi lanciai allora
contro una mezza compagnia di bersaglieri; come
officiale, non avevo altra arma in fuori della mia

sciabola; in questa carica ricevetti da un soldato


di linea frammisto ai bersaglieri un colpo di ba
ionetta che mi entr nella parte inferiore ed usc
nella parte superiore del pugno; presi allora la
mia sciabola colla mano sinistra e continuai a

54

combattere, fino a che il grido di: Abbasso le


armi, pronunciato dal generale e ripetuto dagli
officiali, pervenne sino a noi. Tutti obbedirono:
noi ci ritraemmo di una ventina di passi e la

sciammo la linea di battaglia alla truppa; dopo


di che, cominci tosto il disarmo.

Nell'ultimo quarto d'ora del combattimento,


dopo la disfatta dei nostri picciotti, un officiale,
il luogotenente Rotondo, avanzatosi dalla parte
che i picciotti avevano abbandonata, senza che il
fuoco cessasse n da una parte n dall'altra, era
penetrato sino a Garibaldi, ma senza avere alcuna

insegna di parlamentario. Egli veniva da parte


del comandante Pallavicino di Priola per invitar
Garibaldi ad arrendersi. Il generale era disteso
per terra circondato dal suo stato maggiore e
dai feriti: vedendo che il luogotenente Rotondo
non era protetto da alcuno dei segni esterni che
indicano un parlamentario, egli ordin lo si di
sarmasse , distendendo verso
volver.

di

lui

un

re
-

Quest'ordine venne eseguito e il luogotenente


Rotondo fatto prigioniero; dopo alcuni minuti,
venne un secondo parlamentario, il maggiore Gio
litti; non avendo neppur egli n tromba che lo
annunciasse, n bandiera che lo proteggesse, il

generale ordin lo si disarmasse, come il luogo


tenente Rotondo: ma dietro le osservazioni di

Nullo e di Corte quest'ordine non venne ese


guito, e il maggiore Giolitti ebbe per risposta

55

che il generale Garibaldi avrebbe trattato diret


tamente col comandante in capo colonnello Pal
lavicino. Si restitu la sciabola al luogotenente
Rotondo, il quale se n'and col maggiore Gio
litti. Indi a brevi istanti, il colonnello Pallavi

cino con una parte del 6. battaglione giunse nel


punto stesso che si apprestavano le prime cure
alla ferita del generale.
I dottori Basile ed Albanese ponevano il pri

mo apparecchio sulla piaga, nel mentre gli offi


ciali preparavano con rami di alberi riuniti da
cinture e fazzoletti una barella per trasportare il
generale.

Giunto presso al generale, il comandante Pal


lavicino s'appoggi con una mano contro terra
per parlargli all' orecchio ; dubito che quelli
che erano accanto al generale abbiano inteso la
prima parte del colloquio; io ero discosto cinque
o sei passi appena e mi allontanai cogli altri di
due o tre passi. Il volto del generale era sempre
lo stesso: egli fumava nel momento in cui era
stato ferito e continuava a fumare dopo la fe
rita.

Era facile lo scorgere ai segni negativi del ge


nerale com'egli ricusasse le proposte che gli ve
nivano fatte.

Nullo e Corte, allora, si accostarono a lui e


insistettero perch accettasse.
Dietro le loro istanze egli disse infine a voce
alta:

56

Ebbene, io accetto tutto, mi arrendo. Io


non ho mai voluto combattere l'esercito ita
liano.
Corte e Nullo affermarono allora che tutte le

scaramuccie che avevano avuto luogo, sia in Si


cilia, sia in Calabria fra la truppa e i garibaldini,
erano avvenute contro gli ordini del generale e
degli stessi officiali suoi.
La notte medesima, si venne da noi a sapere
qual fosse stato il colloquio del generale col co
mandante Pallavicino.

Chinandosi all'orecchio del generale, il colon


nello avevagli detto:
Generale, ho ricevuto ordine assoluto dal

governo di battermi con voi, dovunque vi incon


trassi, e di farvi prigioniero.
Il generale rispose:
Io, al contrario, avevo dato ordine di non
accettare il combattimento, e la sola condizione
che domando , che si renda la libert a tutti i

miei uomini e mi sia permesso di ritirarmi so


pra un bastimento inglese.

Io diriger un dispaccio al governo per

chiedere i suoi ordini a vostro riguardo: quanto


ai vostri volontarii, mia opinione che verr loro
resa prontamente la libert.

Mentre che si disarmava il primo officiale se


dicente parlamentario, io vidi giungere Menotti,
appoggiato da un lato sul principe Cesar, dal

l'altro, credo, sopra Cairoli: egli era leggermente

ferito alla gamba: una palla gli aveva traversato


la carne della coscia sinistra. Egli si sedette presso
suo padre, il quale non gli diresse la parola.
Senza dubbio il generale era stato prevenuto
della ferita e sapeva che questa non era grave.
Dopo la partenza del comandante Pallavicino,
il quale erasi recato a dare gli ordini per pre
parare i mezzi possibili di trasporto pel generar
le le cui ferite venivano tratto tratto inaffiate
coll'acqua fresca del torrente un certo nu
mero di officiali dell'esercito regolare si accost
al generale coi segni della pi viva simpatia: al
cuni persino piangevano.
Fino a sei ore circa di sera, il generale rest
disteso sul suolo, senza cessar di fumare, senza

deporre n il suo cappello, n il suo tabarro; il


comandante Pallavicino gli aveva inviato un chi
rurgo, ma Garibaldi avea risposto che lo ringra
ziava, ed invitava il dottore a prestare i suoi soc
corsi agli altri feriti.
In questo frattempo, i fucili gettati d'ogni banda
dai garibaldini, furono raccolti dai soldati dell'e
sercito regolare; il numero dei fucili saliva a 1850
e quello dei revolver a 300 o 400.
Si frug specialmente indosso i agli officiali
per trovare sovr essi documenti e corrispon
denze.

Corrao e cinque o seicento uomini soltanto


erano sfuggiti nella direzione del Piano di Quarto:
tutto il resto fu avvolto in un circolo di soldati.

Si fece un tentativo per rompere questo circolo.

Alcuni riuscirono a romperlo, altri si arrestarono


al grido: Ferma l alcuni furono feriti ed uccisi
da una fucilata diretta sovressi.

I fucili furono raccolti e posti in fasci; e se ne


continuava ancora la ricerca quand'io partii col
generale. Era opinione di noi tutti che, malgrado
tutte le precauzioni prese, noi non saremmo stati
trattati da prigionieri. I soldati del resto divide
vano con noi il poco pane e vino che avevano:
uno dei soldati, mi disse, essere in giro la voce
che Garibaldi volesse detronizzare il re e procla
mare la repubblica.
Ho dimenticato di accennare un fatto impor
tante che ebbe luogo la mattina nel momento
in cui noi lasciavamo il nostro bivacco.

Il generale invi nove disertori dell'esercito


con una lettera constatante che egli li aveva fatti
prigionieri. Ho detto un fatto importante: avrei
dovuto dire un fatto inesplicabile: perch mai il
generale rimand quei nove disertori e tenne seco
gli altri 300? Io constato il fatto, non lo
commento, n lo spiego.

Si di ordine alle trombe garibaldine di suo


nare a raccolta, ma il segnale non fu ascoltato,
sicch si dovette valersi delle truppe per riunir

li: ad ogni momento i soldati ci domandavano se


fosse vero che il generale era ferito e quando
noi rispondevamo di s, i soldati non lo volevano

credere, oppure ne sembravano assai afflitti; molti

59

ci dicevano di aver fatto fuoco per aria. Si pose


il generale sulla barella coprendolo con un man
tello; egli avvolse il capo nel suo fazzoletto rosso
e gli officiali di stato maggiore si disputaro
no l' onore di portarlo: ad ogni quarto d'ora
si cambiavano e i portatori si prendevano le

maggiori precauzioni per rendere loro il cam


mino possibilmente agevole. Si cammin per
cinque ore e si giunse verso mezza notte al
la Marcherella, capanna situata nella pianura
d'Aspromonte e nella direzione della via di Scil
la. I feriti, 40 garibaldini e 60 soldati incirca,

eransi lasciati alla casetta forestale, vale a dire alla


casa in cui il generale aveva posto il suo quar
tiere la notte precedente. Infrattanto si seppelli
vano i morti, ammontanti ad una trentina: dieci

appartenenti ai garibaldini, e una ventina alle


truppe regolari.
Il generale aveva traversato le file delle trup
pe regie in mezzo ai segni pi vivi di tristez
za e di simpatia: tutti gli officiali lo salutavano
non solo col saluto militare, ma scoprendosi il
cap0.

Il 25. bersaglieri scortava il corteggio, ma ri


maneva una mezz'ora di cammino in addietro.

Il comandante Pallavicino era partito verso le 6


di sera per Scilla.
Menotti seguiva salito sopra una mula.
Il generale venne istallato alla meglio nella
capanna di Marcherella e si pass intorno alla

--

60

capanna, vicino a un gran fuoco, tutta quella


notte di pioggia e di vento.
Alcuni cercarono ricovero sotto una tettoia che
avea servito di stalla ai majali.
I bersaglieri e gli stessi officiali rimasero di
fuori, al paro di noi. Verso la mattina si fecero
arrostire dei montoni ammorbati, pagandoli come
Se fosero sani.

Il nostro stato morale era strano quanto mai.


Sopra ogni volto sembrava impressa la domanda:
Che cosa avvi di vero in tutto questo? Molti di noi
non si riguardavano gi come prigionieri, taluni

non nascondevano la loro gioia perch l'affare


avesse avuto un fine, ma non uno vi era che non

deplorasse la ferita del generale. Ad ogni quarto


d'ora, si domandavano notizie della sua salute.

A torto fu detto essersi in quella notte distri


buito danaro agli officiali: la cassa, nella quale
non rimanevano pi che 3,500 franchi, era stata
presa ad Aspromonte in uno coll'ambulanza.

Solo, il generale ed alcuni officiali avevano del


danaro nelle loro tasche, ma quel danaro era
propriet loro.
All'alba, mentre la nebbia alzavasi dalla mon

tagna, si ripigli quella marcia lenta, faticosa ed


interrotta da numerose soste. Il corteo presen
tava un triste aspetto: gli uomini avevano i loro
abiti laceri e coperti di fango, i piedi avvolti in

avanzi di calzature o in pezzi di cuoio legati


con corde, fazzoletti invece di cappelli. Tutti mo

61

rivano di fame e quelli soli cui toccava portare


il generale, trovavano forza per camminare.
Quando il Sole si fece troppo ardente, si ta

gliarono rami di alberi e se ne fece ombra alla


barella del generale. I due lati della via erano gre
miti di contadini che avevano avuto notizia del

combattimento e che accorrevano per vedere il

generale. Non si udivano che queste parole:


vero che il generale sia ferito?
Si fece sosta ad un convento, dove si appre

st un po' di brodo per il ferito. Ivi giunto, il


generale domand a Frigyesi:
Quanti ne abbiamo ancora di Ungheresi?
Dodici, generale, gli fu risposto.
Infatti da venti, noi non eravamo pi che dodici.
La truppa ricevette una distribuzione di viveri,
ma, per rispetto a Garibaldi, fu raccomandato il
silenzio.

Si ripigli quindi la marcia: usciti che fum


mo dalla montagna, noi scorgemmo, a quattro
cento piedi di sotto di noi, il mare, coperto di
battelli a vapore.
Garibaldi allora comand: Alt !, chiese un can

nocchiale e, sollevandosi sopra la sua barella, esa


min a lungo le navi che erano in vista: poi,
con un gesto visibile di scoraggiamento riconse
gn il cannocchiale a Nullo, che glie lo aveva dato.
Lo stesso giorno, 30 agosto, verso le undici
del mattino, si giunse a Scilla : tutta la popola
zione era affollata dinanzi al porto. Il colon

62

nello Pallavicino recossi presso il generale il quale


gli domand se le condizioni che aveva poste,
gli fossero state accordate.
Il colonnello Pallavicino rispose: che egli ave
va informato il governo di Torino dei desideri
del generale, ma che da Torino erasi risposto di
imbarcare il generale sopra un bastimento da
guerra insieme con tutti i suoi compagni.

cos, colonnello, che voi mantenete la


promessa che mi avete fatta?
Io non vi ho fatte promesse generale. Ri
cordatevi bene le mie parole, rispose il co
lonnello Pallavicino; io vi ho soltanto detto

quali fossero i miei sentimenti personali, ho


ricevuto ordini diversi da quelli che sperava;
sono soldato, devo eseguire questi ordini.
Quando si giunse alla piazza che si allarga in
nanzi al forte di Scilla, la popolazione, che era
quivi affollata, rimase silenziosa, ma visibilmente
simpatica.
Il generale travers tutta la piazza senza pro
nunciare una parola; fu dunque a torto che gli si
attribuirono in quel momento alcune parole amare.
Garibaldi entr nel forte dove io lo perdetti
di vista.

Io mi recai, affranto dalla stanchezza e dalla


febbre ancor pi che dalla mia ferita, quantun
que essa fosse grave, allo spedale, in un con
vento situato all' ingresso di Scilla.

63

Un'ora dopo, seppi da un monaco che il ge


nerale era partito per la Spezia sulla fregata il
Duca di Genova.

Ecco ci che ho veduto, ecco ci che ho in


teso, ecco ci che asserisco per vero.

FIN E.

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